Ipertensione: un killer silenzioso
Quando ci si può definire “ipertesi”? Cause, conseguenze, cure e prevenzione per fare il punto su una patologia troppo spesso sottovalutata da chi ne è affetto, anche perché, in genere, non provoca fastidi evidenti.
Sebbene l’Organizzazione Mondiale della Sanità ritenga che la pressione sanguigna rappresenti il maggior rischio di causa di morte nel mondo (7,5 milioni di decessi l’anno), si continua a non attribuire all’ipertensione tutta l’attenzione che meriterebbe. Definita “killer silenzioso”, interferisce raramente con la vita quotidiana e in genere non si manifesta con sintomi evidenti. Il risultato? Troppo spesso non è valutata con serietà tale da giustificare un controllo medico e quindi non è diagnosticata correttamente oppure non sempre si opta per un trattamento adeguato. Secondo i dati SIIA, Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa, ben 15 milioni di italiani soffrono di pressione alta; di questi, solo la metà ne è consapevole e solo un quarto segue una cura adeguata. È attualmente la malattia cronica più diffusa nel nostro Paese,oltre ad essere laprincipale causa delle malattie cardiovascolari, che in Italia provocano circa 240.000 morti ogni anno.
Abbiamo chiesto alle Dottoresse Nedy Brambilla e Tiziana Semplici, rispettivamente Cardiologa e Nutrizionista presso FD Medical, di chiarirci, secondo le loro diverse specializzazioni, le tematiche fondamentali di questa patologia e i rischi legati ad essa, con l’obiettivo di informare i lettori affinché la “qualità della vita” sia sempre considerata al primo posto.
Non sottovalutare i sintomi
Non esiste un profilo tipico di chi è soggetto a questa malattia: può capitare a chiunque e, contrariamente ad una credenza diffusa, non dipende certo dal temperamento.
“La pressione arteriosa (PA) - spiega la Dottoressa Brambilla - è la forza con cui il sangue, spinto dal cuore, circola nelle arterie. Tale pressione è il risultato anche della quantità di sangue espulsa per ogni contrazione del cuore (gittata sistolica), della resistenza opposta alla progressione del sangue stesso nelle piccole arterie (resistenza periferica), dell’elasticità dell’aorta e delle grandi arterie. La PA si distingue in: sistolica (o “massima”), durante la contrazione del cuore; diastolica (o “minima”), durante il rilassamento del cuore. I valori della PA variano con l’età, tendendo ad aumentare con il passare degli anni, e variano anche nel corso della giornata, risultando più alti al risveglio e tendendo a diminuire durante il giorno, mentre aumentano in caso di sollecitazioni fisiche ed emotive”.
“L’ipertensione arteriosa - continua la dottoressa - è un aumento anomalo della pressione arteriosa rispetto ai parametri di normalità, definiti dall’OMS come 140 mmHg per la sistolica o “massima” e 90 mmHg per la diastolica o “minima”. Soprattutto nelle forme lievi, il primo riscontro di ipertensione arteriosa è occasionale. È difficile, infatti, che la patologia dia inizialmente dei disturbi: spesso ci si accorge di una PA superiore alla norma dopo anni dalla sua insorgenza. Per questo motivo consiglio all’adulto sano di far misurare la PA dal proprio medico curante o in farmacia una volta l’anno. In caso di cefalea, sensazione di testa pesante, ronzii alle orecchie, vertigini, perdita di sangue dal naso è necessario effettuare una visita urgente dal medico perché è molto probabile riscontrare valori pressori molto elevati”.
Le cause più diffuse
“Su 100 pazienti con riscontro d’ipertensione arteriosa - dice Nedy Brambilla - solo 3 o 4 presentano delle malattie ben identificabili e curabili che hanno causato l’aumento dei valori pressori (ipertensione arteriosa secondaria). In tutti gli altri casi, non è possibile dunque identificare una causa evidente: si parla di “ipertensione arteriosa essenziale”. In queste ultime forme, la terapia è mirata al solo controllo dei valori pressori, mentre nelle forme secondarie si cerca di trattare la causa per la risoluzione dell’ipertensione. L’ipertensione arteriosa secondaria può essere dovuta a una causa renale, endocrina, congenita, iatrogena (pazienti trattati con corticosteroidi, assunzione di contraccettivi orali), alimentare (consumo eccessivo di liquirizia o di sale)”.
Le conseguenze a livello cardiovascolare
“A lungo andare - continua la Dottoressa Brambilla - l’ipertensione arteriosa crea danni a cuore, reni e cervello. Un’elevata pressione arteriosa può provocare alterazioni del ritmo cardiaco (fibrillazione atriale), dolori al petto (espressione di una condizione ischemica del cuore, cioè di un ridotto apporto di sangue rispetto ai bisogni), ispessimento della parete (ipertrofia ventricolare sinistra) e successiva dilatazione, che provoca insufficienza cardiaca, cioè incapacità del cuore stesso a far fronte al suo ruolo di “pompa” nel sistema circolatorio. L’insufficienza cardiaca inizialmente si manifesta con mancanza del respiro durante la notte, con necessità di mettersi seduti per respirare meglio, o durante lo sforzo, e con gonfiori agli arti inferiori. Sul rene l’ipertensione produce una progressiva riduzione della funzionalità con perdita di proteine nelle urine e riduzione della quantità delle urine stesse. Un’ipertensione arteriosa elevata e mantenuta a lungo nel tempo può danneggiare irrimediabilmente i reni. I disturbi a carico del cervello sono invece legati a danni del circolo cerebrale e possono manifestarsi o con compromissioni acute e drammatiche di alcune aree del cervello (ictus cerebri ischemica o emorragico) oppure con una lenta e graduale perdita di alcune funzioni quali la memoria, l’attenzione, l’orientamento nello spazio e nel tempo (encefalopatia multiinfartuale)”.
Soggetti a rischio
“Pazienti che hanno familiarità per ipertensione arteriosa essenziale (qualche parente con problemi d’ipertensione arteriosa) hanno un rischio aggiuntivo di sviluppare ipertensione arteriosa. I pazienti obesi, sedentari, fumatori, diabetici più facilmente sviluppano ipertensione arteriosa. Come abbiamo già detto, aumentando l’età si alzano i valori pressori, per cui incrementa la probabilità di presentare ipertensione arteriosa. Gli uomini sviluppano prima delle donne ipertensione arteriosa (30-40 anni) perché le donne sono protette dagli ormoni fino alla menopausa (45-50 anni). Le stime più recenti indicano che in Italia il 21% degli uomini e il 24% delle donne presentano valori pressori sopra la norma”.
Farmaci, stile di vita, movimento...
“Nei rari casi in cui sia evidenziata una malattia come causa dell’ipertensione arteriosa, la cura sarà diretta al controllo della malattia stessa, attraverso farmaci, o interventi chirurgici. Nei casi d’ipertensione essenziale l’obiettivo della cura sarà invece quello di abbassare i valori pressori. Esistono innanzi tutto alcune misure che non prevedono l’uso di farmaci, e che si rivelano particolarmente utili nelle forme più lievi. Esse comprendono la pratica di un esercizio fisico regolare, una dieta a basso contenuto di sale e di grassi, la riduzione del peso, la limitazione nell’assunzione di alcolici. Quando queste misure non si rivelano sufficienti è giustificato il passaggio all’uso dei farmaci. Numerosi sono attualmente quelli a disposizione, con diversi meccanismi d’azione il cui risultato finale è comunque quello di ridurre la pressione arteriosa”.
I controlli periodici
“È buona norma sottoporsi a controlli periodici non solo dei valori pressori ma anche di tutti quei parametri che possono indicare eventuali danni d’organo indotti dall’ipertensione”, spiega la Dottoressa Brambilla. “In particolare sono consigliabili: un controllo della PA (una volta al mese); un elettrocardiogramma (una volta all’anno); controlli dei principali parametri ematochimici (una volta all’anno). Il primo riscontro d’ipertensione arteriosa avviene generalmente da parte del medico di base. Ed è sempre lui che è in grado di programmare i primi esami di controllo. È opportuno invece che l’eventuale approfondimento delle indagini sia affidato al medico specialista, che imposterà la terapia e ne seguirà l’efficacia nel tempo”.
Aspetti dietetici e nutrizionali
“Nell’ipertensione secondaria - spiega la Dottoressa Semplici, Nutrizionista - il corretto uso del cibo e stile di vita fanno la differenza. L’obesità aumenta il rischio di ipertensione di 3 volte e,come sappiamo, l’ipertensione a sua volta espone ad un rischio maggiore di ictus e cardiopatia ischemica. Una riduzione del peso corporeo di 5 kg è in grado di abbassare il valore pressorio di 10-20 mmHg sia per quanto riguarda la diastolica e la sistolica. Tutte le forme d’ipertensione, inoltre, hanno in comune un’alterata funzione del sistema renina-angiotensina-aldosterone: purtroppo in molti individui il meccanismo non funziona perfettamente e, in un terzo circa degli ipertesi, esiste la tendenza a ritenere il sodio. La dieta per le persone ipertese si basa su questi meccanismi fisiologici e pertanto deve tener conto di: diminuzione dell’assunzione di grassi e zuccheri per ottenere calo ponderale; minore assunzione di sodio (il consumo consigliato di sodio per i soggetti ipertesi è di 2 mg al giorno, quindi la prima buona regola è pertanto non aggiungere sale a tavola); restrizione del consumo di alcol. È altrettanto importante consumare moderatamente cibi fritti o arrosto, carni grasse, formaggi grassi, pizza, cioccolato e dolciumi in genere, bevande gassate, alcolici e superalcolici.
I cibi senza particolari controindicazioni sono frutta, verdura, cereali, pane integrale, carni bianche, carni rosse magre, pesci magri, yogurt magri.
Un cibo si deve considerare “a rischio sale” quando supera i 500 mg (0,5 g) di sodio per 100 g. Tra questi ricordiamo i salumi, i Corn Flakes (i cereali per la prima colazione sono spesso molto ricchi di sale), i formaggi, le patatine, la pizza (attorno agli 800 mg di sodio), la margarina, i cibi liofilizzati, le salse”.
Una giornata per la prevenzione
Il 17 maggio 2010 si svolgerà la VI Giornata Mondiale contro l’Ipertensione Arteriosa, promossa in tutto il mondo dalla World Hypertension League. Il tema centrale di quest’anno è la lotta all’obesità, che all’ipertensione è strettamente legato e che riguarda strati di popolazione molto ampi, tra i quali, sempre di più, i bambini.
La Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa,SIIA, il cui Presidente è il Professor Alberto Morganti, aderisce come ogni anno all’importante evento, promuovendo sul territorio nazionale iniziative di informazione e sensibilizzazione dei cittadini sul tema dell’ipertensione arteriosa e delle malattie ad essa correlate. (Margherita Lepri)
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Abbiamo chiesto alle Dottoresse Nedy Brambilla e Tiziana Semplici, rispettivamente Cardiologa e Nutrizionista presso FD Medical, di chiarirci, secondo le loro diverse specializzazioni, le tematiche fondamentali di questa patologia e i rischi legati ad essa, con l’obiettivo di informare i lettori affinché la “qualità della vita” sia sempre considerata al primo posto.
Non sottovalutare i sintomi
Non esiste un profilo tipico di chi è soggetto a questa malattia: può capitare a chiunque e, contrariamente ad una credenza diffusa, non dipende certo dal temperamento.
“La pressione arteriosa (PA) - spiega la Dottoressa Brambilla - è la forza con cui il sangue, spinto dal cuore, circola nelle arterie. Tale pressione è il risultato anche della quantità di sangue espulsa per ogni contrazione del cuore (gittata sistolica), della resistenza opposta alla progressione del sangue stesso nelle piccole arterie (resistenza periferica), dell’elasticità dell’aorta e delle grandi arterie. La PA si distingue in: sistolica (o “massima”), durante la contrazione del cuore; diastolica (o “minima”), durante il rilassamento del cuore. I valori della PA variano con l’età, tendendo ad aumentare con il passare degli anni, e variano anche nel corso della giornata, risultando più alti al risveglio e tendendo a diminuire durante il giorno, mentre aumentano in caso di sollecitazioni fisiche ed emotive”.
“L’ipertensione arteriosa - continua la dottoressa - è un aumento anomalo della pressione arteriosa rispetto ai parametri di normalità, definiti dall’OMS come 140 mmHg per la sistolica o “massima” e 90 mmHg per la diastolica o “minima”. Soprattutto nelle forme lievi, il primo riscontro di ipertensione arteriosa è occasionale. È difficile, infatti, che la patologia dia inizialmente dei disturbi: spesso ci si accorge di una PA superiore alla norma dopo anni dalla sua insorgenza. Per questo motivo consiglio all’adulto sano di far misurare la PA dal proprio medico curante o in farmacia una volta l’anno. In caso di cefalea, sensazione di testa pesante, ronzii alle orecchie, vertigini, perdita di sangue dal naso è necessario effettuare una visita urgente dal medico perché è molto probabile riscontrare valori pressori molto elevati”.
Le cause più diffuse
“Su 100 pazienti con riscontro d’ipertensione arteriosa - dice Nedy Brambilla - solo 3 o 4 presentano delle malattie ben identificabili e curabili che hanno causato l’aumento dei valori pressori (ipertensione arteriosa secondaria). In tutti gli altri casi, non è possibile dunque identificare una causa evidente: si parla di “ipertensione arteriosa essenziale”. In queste ultime forme, la terapia è mirata al solo controllo dei valori pressori, mentre nelle forme secondarie si cerca di trattare la causa per la risoluzione dell’ipertensione. L’ipertensione arteriosa secondaria può essere dovuta a una causa renale, endocrina, congenita, iatrogena (pazienti trattati con corticosteroidi, assunzione di contraccettivi orali), alimentare (consumo eccessivo di liquirizia o di sale)”.
Le conseguenze a livello cardiovascolare
“A lungo andare - continua la Dottoressa Brambilla - l’ipertensione arteriosa crea danni a cuore, reni e cervello. Un’elevata pressione arteriosa può provocare alterazioni del ritmo cardiaco (fibrillazione atriale), dolori al petto (espressione di una condizione ischemica del cuore, cioè di un ridotto apporto di sangue rispetto ai bisogni), ispessimento della parete (ipertrofia ventricolare sinistra) e successiva dilatazione, che provoca insufficienza cardiaca, cioè incapacità del cuore stesso a far fronte al suo ruolo di “pompa” nel sistema circolatorio. L’insufficienza cardiaca inizialmente si manifesta con mancanza del respiro durante la notte, con necessità di mettersi seduti per respirare meglio, o durante lo sforzo, e con gonfiori agli arti inferiori. Sul rene l’ipertensione produce una progressiva riduzione della funzionalità con perdita di proteine nelle urine e riduzione della quantità delle urine stesse. Un’ipertensione arteriosa elevata e mantenuta a lungo nel tempo può danneggiare irrimediabilmente i reni. I disturbi a carico del cervello sono invece legati a danni del circolo cerebrale e possono manifestarsi o con compromissioni acute e drammatiche di alcune aree del cervello (ictus cerebri ischemica o emorragico) oppure con una lenta e graduale perdita di alcune funzioni quali la memoria, l’attenzione, l’orientamento nello spazio e nel tempo (encefalopatia multiinfartuale)”.
Soggetti a rischio
“Pazienti che hanno familiarità per ipertensione arteriosa essenziale (qualche parente con problemi d’ipertensione arteriosa) hanno un rischio aggiuntivo di sviluppare ipertensione arteriosa. I pazienti obesi, sedentari, fumatori, diabetici più facilmente sviluppano ipertensione arteriosa. Come abbiamo già detto, aumentando l’età si alzano i valori pressori, per cui incrementa la probabilità di presentare ipertensione arteriosa. Gli uomini sviluppano prima delle donne ipertensione arteriosa (30-40 anni) perché le donne sono protette dagli ormoni fino alla menopausa (45-50 anni). Le stime più recenti indicano che in Italia il 21% degli uomini e il 24% delle donne presentano valori pressori sopra la norma”.
Farmaci, stile di vita, movimento...
“Nei rari casi in cui sia evidenziata una malattia come causa dell’ipertensione arteriosa, la cura sarà diretta al controllo della malattia stessa, attraverso farmaci, o interventi chirurgici. Nei casi d’ipertensione essenziale l’obiettivo della cura sarà invece quello di abbassare i valori pressori. Esistono innanzi tutto alcune misure che non prevedono l’uso di farmaci, e che si rivelano particolarmente utili nelle forme più lievi. Esse comprendono la pratica di un esercizio fisico regolare, una dieta a basso contenuto di sale e di grassi, la riduzione del peso, la limitazione nell’assunzione di alcolici. Quando queste misure non si rivelano sufficienti è giustificato il passaggio all’uso dei farmaci. Numerosi sono attualmente quelli a disposizione, con diversi meccanismi d’azione il cui risultato finale è comunque quello di ridurre la pressione arteriosa”.
I controlli periodici
“È buona norma sottoporsi a controlli periodici non solo dei valori pressori ma anche di tutti quei parametri che possono indicare eventuali danni d’organo indotti dall’ipertensione”, spiega la Dottoressa Brambilla. “In particolare sono consigliabili: un controllo della PA (una volta al mese); un elettrocardiogramma (una volta all’anno); controlli dei principali parametri ematochimici (una volta all’anno). Il primo riscontro d’ipertensione arteriosa avviene generalmente da parte del medico di base. Ed è sempre lui che è in grado di programmare i primi esami di controllo. È opportuno invece che l’eventuale approfondimento delle indagini sia affidato al medico specialista, che imposterà la terapia e ne seguirà l’efficacia nel tempo”.
Aspetti dietetici e nutrizionali
“Nell’ipertensione secondaria - spiega la Dottoressa Semplici, Nutrizionista - il corretto uso del cibo e stile di vita fanno la differenza. L’obesità aumenta il rischio di ipertensione di 3 volte e,come sappiamo, l’ipertensione a sua volta espone ad un rischio maggiore di ictus e cardiopatia ischemica. Una riduzione del peso corporeo di 5 kg è in grado di abbassare il valore pressorio di 10-20 mmHg sia per quanto riguarda la diastolica e la sistolica. Tutte le forme d’ipertensione, inoltre, hanno in comune un’alterata funzione del sistema renina-angiotensina-aldosterone: purtroppo in molti individui il meccanismo non funziona perfettamente e, in un terzo circa degli ipertesi, esiste la tendenza a ritenere il sodio. La dieta per le persone ipertese si basa su questi meccanismi fisiologici e pertanto deve tener conto di: diminuzione dell’assunzione di grassi e zuccheri per ottenere calo ponderale; minore assunzione di sodio (il consumo consigliato di sodio per i soggetti ipertesi è di 2 mg al giorno, quindi la prima buona regola è pertanto non aggiungere sale a tavola); restrizione del consumo di alcol. È altrettanto importante consumare moderatamente cibi fritti o arrosto, carni grasse, formaggi grassi, pizza, cioccolato e dolciumi in genere, bevande gassate, alcolici e superalcolici.
I cibi senza particolari controindicazioni sono frutta, verdura, cereali, pane integrale, carni bianche, carni rosse magre, pesci magri, yogurt magri.
Un cibo si deve considerare “a rischio sale” quando supera i 500 mg (0,5 g) di sodio per 100 g. Tra questi ricordiamo i salumi, i Corn Flakes (i cereali per la prima colazione sono spesso molto ricchi di sale), i formaggi, le patatine, la pizza (attorno agli 800 mg di sodio), la margarina, i cibi liofilizzati, le salse”.
Una giornata per la prevenzione
Il 17 maggio 2010 si svolgerà la VI Giornata Mondiale contro l’Ipertensione Arteriosa, promossa in tutto il mondo dalla World Hypertension League. Il tema centrale di quest’anno è la lotta all’obesità, che all’ipertensione è strettamente legato e che riguarda strati di popolazione molto ampi, tra i quali, sempre di più, i bambini.
La Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa,SIIA, il cui Presidente è il Professor Alberto Morganti, aderisce come ogni anno all’importante evento, promuovendo sul territorio nazionale iniziative di informazione e sensibilizzazione dei cittadini sul tema dell’ipertensione arteriosa e delle malattie ad essa correlate. (Margherita Lepri)











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