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Quando riprendere diventa un trauma

Se il rientro a scuola diventa un incubo, può essere utile il parere di un esperto.



La scuola rappresenta una delle più significative esperienze sociali dei nostri figli. Segna la prima vera e propria separazione dell’ambiente familiare e l’ingresso in una comunità tutta diversa, con nuove regole, in cui il bambino dovrà costruire la propria identità sociale.Un’esperienza positiva rinforzerà la sua autonomia e darà una spinta positiva alla crescita.Ma cosa succede quando invece, soprattutto nei più piccoli, la separazione diventa traumatica? Può insorgere un vero e proprio disturbo, chiamato Ansia di Separazione. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Paola Orofino*, Neuropsichiatra infantile.

In che cosa consiste questo disturbo?

“Attraverso sintomi specifici il bambino esprime un disagio, come ad esempio la difficoltà a separarsi dalla madre, paura di stare solo, rifiuto a dormire da solo, paure di perdita, ma anche somatizzazioni come cefalea, conati di vomito, pianto inconsolabile”.

Può essere una reazione ad una situazione scolastica difficile?

Sì. Il genitore deve imparare  a differenziare quando la paura (fobia) scolare insorge dopo un evento traumatico e fa seguito ad esperienze relazionali (es. bullismo) vissute realmente con altri compagni o con le insegnanti, da quando è frutto di un conflitto inconscio. Quando il bambino vive in un ambiente dove la concezione della scuola è molto rigida e il rendimento scolastico non è sufficiente da soddisfare i genitori, la scuola può essere  vissuta come un’esperienza punitiva e di fallimento. Questo può succedere fin dai primi inserimenti scolastici. Consapevole di non riuscire, lo scolaro sposta l’angoscia sugli insegnanti e nel vissuto viene rappresentata la  maestra cattiva che non comprende i suoi bisogni. Deve crearsi un sinergismo fra insegnanti e genitori, alleati nell’unico interesse di aiutare il bambino ad apprendere e a studiare con serenità, senza la paura di sbagliare e di confrontarsi. L’ideale è riuscire ad incuriosire il piccolo verso la conoscenza e la cultura  rinforzando l’esperienza positiva dell’autostima.

Cos’è la fobia scolare?

Una paura intensa ed  irrazionale della scuola. Il bambino esprime il desiderio di andare a scuola ma è ostacolato da motivi inconsci che dovrebbero essere affrontati ed esaminati da uno specialista fin da subito. Naturalmente non va mai colpevolizzato ma aiutato a superare la difficoltà.


Come si manifesta?

Il bimbo si prepara per andare a scuola ma al momento di uscire di casa mostra sintomi d’ansia. Se anche i genitori concedono un altro giorno a casa, il giorno dopo naturalmente si presenta lo stesso problema. Sono bambini, ma a volte anche ragazzini, che si organizzano benissimo a casa riescono anche a studiare bene. L’assenza prolungata da scuola però peggiora la situazione e cronicizza la fobia. Bisogna intervenire subito.


Quali le cause?

Le cause sono proprio da ricercare nell’ambito delle dinamiche familiari: madri troppo ansiose e padri assenti (perché magari dediti al lavoro). A volte il bambino non si allontana da casa per paura inconscia che possa succedere qualcosa alla madre o a sé stesso. A volte anche l’iper investimento narcisistico dei genitori sui figli genera la paura di non essere all’altezza e di deluderli. Bisogna considerare che in ogni momento dello sviluppo nella vita scolastica il bambino o l’adolescente può esprimere difficoltà e sfiducia. Bisogna imparare ad ascoltare  e vigilare sullo sviluppo senza mai lasciarlo da solo nella difficoltà. A questo proposito vorrei consigliare la lettura di “Diario di Scuola” di Daniel Pennac: l’autore  narra  la sua esperienza di bambino in difficoltà, e narra proprio del suo “mal di scuola”. Chi l’avrebbe mai detto che proprio lui…”

 

*Paola Orofino, Neuropsichiatra Infantile, Responsabile di sede U.O.N.P.I.A di via R. Sanzio 9 (Ospedale Sacco) unità Operativa di neuropsichiatria Infantile, membro Associato SPI (Società Psicoanalitica Italiana) e IPA (International Psyhoanalytical Association).

 I disturbi di apprendimento

“L’alunno è intelligente, ma non si applica”. È una formula usata molto spesso dagli insegnanti per indicare quei ragazzi svegli e furbetti che tendono a minimizzare lo sforzo per strappare la sufficienza e andare avanti nel percorso scolastico. Ma a volte dietro a quella che viene interpretata da insegnanti e genitori come svogliatezza e pigrizia si può nascondere invece un problema. “Non riuscendo bene a scuola – spiega Paola Orofino” Il bambino si scoraggia, diventa evitante e appare svogliato e demotivato.  Bisogna prestare attenzione ai disturbi di apprendimento (D.E.S.A) come la  difficoltà di lettura (dislessia) e della scrittura (disortografia). I segnali? Lentezza nella lettura, fatica  a distinguere le lettere simili per la forma, oppure inversione delle lettere. Ancora, difficoltà ad apprendere l’aritmetica elementare. Oggi le insegnanti sono abili a riconoscere questi disturbi e richiedono l’approfondimento piscodiagnostico del neuropsichiatra. Se si interviene subito, rendendo anche i genitori ed il bambino consapevoli del disturbo, si evitano i danni secondari sia per l’apprendimento globale che di personalità futura.

(Intervista di Ilaria Sicchirollo)

 

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