Quando riprendere diventa un trauma
Se il rientro a scuola diventa un incubo, può essere utile il parere di un esperto.
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In che cosa consiste questo disturbo?
“Attraverso sintomi specifici il bambino esprime un disagio, come ad esempio la difficoltà a separarsi dalla madre, paura di stare solo, rifiuto a dormire da solo, paure di perdita, ma anche somatizzazioni come cefalea, conati di vomito, pianto inconsolabile”.
Può essere una reazione ad una situazione scolastica difficile?
Sì. Il genitore deve imparare a differenziare quando la paura (fobia) scolare insorge dopo un evento traumatico e fa seguito ad esperienze relazionali (es. bullismo) vissute realmente con altri compagni o con le insegnanti, da quando è frutto di un conflitto inconscio. Quando il bambino vive in un ambiente dove la concezione della scuola è molto rigida e il rendimento scolastico non è sufficiente da soddisfare i genitori, la scuola può essere vissuta come un’esperienza punitiva e di fallimento. Questo può succedere fin dai primi inserimenti scolastici. Consapevole di non riuscire, lo scolaro sposta l’angoscia sugli insegnanti e nel vissuto viene rappresentata la maestra cattiva che non comprende i suoi bisogni. Deve crearsi un sinergismo fra insegnanti e genitori, alleati nell’unico interesse di aiutare il bambino ad apprendere e a studiare con serenità, senza la paura di sbagliare e di confrontarsi. L’ideale è riuscire ad incuriosire il piccolo verso la conoscenza e la cultura rinforzando l’esperienza positiva dell’autostima.
Cos’è la fobia scolare?
Una paura intensa ed irrazionale della scuola. Il bambino esprime il desiderio di andare a scuola ma è ostacolato da motivi inconsci che dovrebbero essere affrontati ed esaminati da uno specialista fin da subito. Naturalmente non va mai colpevolizzato ma aiutato a superare la difficoltà.
Come si manifesta?
Il bimbo si prepara per andare a scuola ma al momento di uscire di casa mostra sintomi d’ansia. Se anche i genitori concedono un altro giorno a casa, il giorno dopo naturalmente si presenta lo stesso problema. Sono bambini, ma a volte anche ragazzini, che si organizzano benissimo a casa riescono anche a studiare bene. L’assenza prolungata da scuola però peggiora la situazione e cronicizza la fobia. Bisogna intervenire subito.
Quali le cause?
Le cause sono proprio da ricercare nell’ambito delle dinamiche familiari: madri troppo ansiose e padri assenti (perché magari dediti al lavoro). A volte il bambino non si allontana da casa per paura inconscia che possa succedere qualcosa alla madre o a sé stesso. A volte anche l’iper investimento narcisistico dei genitori sui figli genera la paura di non essere all’altezza e di deluderli. Bisogna considerare che in ogni momento dello sviluppo nella vita scolastica il bambino o l’adolescente può esprimere difficoltà e sfiducia. Bisogna imparare ad ascoltare e vigilare sullo sviluppo senza mai lasciarlo da solo nella difficoltà. A questo proposito vorrei consigliare la lettura di “Diario di Scuola” di Daniel Pennac: l’autore narra la sua esperienza di bambino in difficoltà, e narra proprio del suo “mal di scuola”. Chi l’avrebbe mai detto che proprio lui…”
*Paola Orofino, Neuropsichiatra Infantile, Responsabile di sede U.O.N.P.I.A di via R. Sanzio 9 (Ospedale Sacco) unità Operativa di neuropsichiatria Infantile, membro Associato SPI (Società Psicoanalitica Italiana) e IPA (International Psyhoanalytical Association).
“L’alunno è intelligente, ma non si applica”. È una formula usata molto spesso dagli insegnanti per indicare quei ragazzi svegli e furbetti che tendono a minimizzare lo sforzo per strappare la sufficienza e andare avanti nel percorso scolastico. Ma a volte dietro a quella che viene interpretata da insegnanti e genitori come svogliatezza e pigrizia si può nascondere invece un problema. “Non riuscendo bene a scuola – spiega Paola Orofino” Il bambino si scoraggia, diventa evitante e appare svogliato e demotivato. Bisogna prestare attenzione ai disturbi di apprendimento (D.E.S.A) come la difficoltà di lettura (dislessia) e della scrittura (disortografia). I segnali? Lentezza nella lettura, fatica a distinguere le lettere simili per la forma, oppure inversione delle lettere. Ancora, difficoltà ad apprendere l’aritmetica elementare. Oggi le insegnanti sono abili a riconoscere questi disturbi e richiedono l’approfondimento piscodiagnostico del neuropsichiatra. Se si interviene subito, rendendo anche i genitori ed il bambino consapevoli del disturbo, si evitano i danni secondari sia per l’apprendimento globale che di personalità futura.











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