Brividi al tavolo verde
La “febbre” del gioco colpisce un italiano su dieci. Ma se per la maggior parte si tratta una forma di divertimento fra amici sfidando se stessi e le proprie capacità, per qualcuno può diventare una vera e propria dipendenza.
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A volte però si esagera e quella del gioco diventa una mania, tanto che non si riesce più a smettere. “La passione per il gioco – spiega la dottoressa Silvia Stella, psicologa e psicoterapeuta - non è di per sé una patologia. Il gioco d’azzardo è da sempre presente nella storia umana. Esistono testimonianze della sua esistenza presso le antiche culture di Egitto, Cina, India, Grecia e mondo romano in cui, per le sue caratteristiche di aleatorietà (dal Latino alea, dado), si rivestiva di significati simbolici e talvolta divinatori, prestandosi bene a rappresentare l’imprevedibilità degli eventi. Tale elemento simbolico sembra giocare ancora un ruolo importante nel piacere connesso al gioco d’azzardo”.
Un equilibrio difficile
Il confine però è labile ed è facile farsi prendere la mano. “Il gioco d’azzardo diventa patologico quando il giocatore inizia a perdere il controllo sulla sua attività ludica che diventa per lui la cosa più importante, a discapito delle relazioni interpersonali e del lavoro. Tale perdita di controllo si evidenzia nei ripetuti e infruttuosi tentativi di smettere, e nello stato di forte ansia ed irritabilità che li accompagna. Inoltre - prosegue Silvia Stella - ha caratteristiche simili alla dipendenza da sostanze. Il giocatore patologico, infatti, raggiunge uno stato mentale per certi versi simile a quello dell’ubriacatura, caratterizzato una percezione alterata del tempo e da un restringimento del campo della coscienza che porta ad essere assorbiti in modo ipnotico dal gioco. Esistono inoltre fenomeni di assuefazione al gioco che si manifestano nella necessità di aumentare continuamente la quantità di denaro investita per raggiungere livelli di eccitazione sempre più alti, e veri e propri sintomi di astinenza qualora ci si trovasse nell’impossibilità di giocare. La perdita di sempre più ingenti somme di denaro, inoltre, può portare il giocatore a mentire alla propria famiglia, e a ricorrere a comportamenti illegali quali il furto, la frode e il baro”.
Una scommessa col destino
Ma qual è il meccanismo che scatta e che fa sì che non si riesca a smettere? “Per comprendere i meccanismi alla base del gioco d’azzardo patologico, così come di altre dipendenze, è opportuno considerare tale comportamento come la punta dell’iceberg di una questione più ampia. Se si vive un disagio che si fa fatica ad affrontare, magari per l’assenza o la difficoltà a mettere in campo le risorse adatte, la dimensione di sfida al fato tipica del gioco d’azzardo assume un ruolo importante, rappresentando metaforicamente il tentativo di piegare la spietata indifferenza della casualità. Il gioco in generale, e quello d’azzardo in particolare, per la sua peculiare caratteristica di scommessa col destino, introducono il giocatore in una dimensione psicologica particolare in cui gli elementi concreti, quali la continua perdita di denaro, passano in secondo piano mentre la fiducia nella possibilità di pareggiare il conto con la sorte produce una sorta di distorsione cognitiva ed emotiva che fa da difesa psichica verso la realtà delle continue perdite”.
Un problema che finisce per coinvolgere intere famiglie. Come ci si accorge se la persona che ci sta accanto è affetto da mania del gioco? A quali segnali si deve prestare attenzione?
“Come per le altre dipendenze, può essere molto difficile coglierne i segnali, dato che chi ne soffre tende a nascondersi, mentire e negare, a se stesso e agli altri, di avere un problema”. Di certo non ci si “ammala” improvvisamente. “Spesso ci sono precedenti segnali di disagio o di sofferenza, anche se non sempre sono di facile lettura, soprattutto in caso di forte coinvolgimento affettivo che impedisce di vedere le cose con obiettività. Segnali evidenti sono il tempo trascorso nel gioco solitario o in attività che distanziano l’individuo dalla famiglia e dai suoi impegni. L’eventuale mancanza di denaro o la scarsa chiarezza rispetto alla gestione del bilancio familiare sono altri elementi da tenere in considerazione. Infine è importante dare ascolto alle proprie sensazioni: spesso infatti l’istinto ci porta a cogliere messaggi sottili che la ragione cosciente trascura”. E allora come se ne esce? “Chi è vicino a un giocatore patologico può cercare di aiutarlo evitando di negare il problema, permettendo all’altro di parlarne, consigliandogli di rivolgersi a un esperto e cercando di salvaguardare se stesso. Come per altre dipendenze, infatti, la relazione con chi ha questo tipo di problema può essere molto faticosa se non, in alcuni casi, distruttiva”. E poi c’è naturalmente la forza di volontà e il desiderio di uscirne. “Il primo elemento fondamentale ed imprescindibile per uscire dal gioco patologico è l’assunzione della consapevolezza di avere un problema e della ferma decisione di venirne fuori” conclude la psicologa. “Purtroppo questo per lo più avviene solo quando il problema è esploso in tutta la sua gravità e il giocatore ha già compromesso la sua vita sociale, affettiva, lavorativa e familiare. Un valido aiuto può essere trovato nei gruppi di auto aiuto per giocatori anonimi, nelle psicoterapie individuali o di gruppo e infine nelle apposite comunità”.
Chi è a rischio
Il giocatore tipo? Maschio, meno di 35 anni, vive nelle grandi città soprattutto del sud e isole. Più difficile tracciare un profilo psicologico di chi si ammala di febbre del gioco. Gli studiosi hanno proposto diversi modelli esplicativi, nessuno completamente soddisfacente. I fattori finora presi in considerazione hanno a che vedere da un lato con tratti di personalità caratterizzati da una difficoltà a controllare gli impulsi e la messa in atto di comportamenti nocivi per se stessi e per gli altri, da un altro con tratti di personalità ossessivo-compulsivi. Le alterazioni dell’umore, e in particolare la depressione, sembrano essere un altro importante elemento, in cui il gioco d’azzardo funzionerebbe come un metodo di fuga dalla realtà.
Un circolo vizioso
Le fasi di progressione del gioco d’azzardo patologico sono tre:
1) il comportamento è rinforzato da vincite iniziali e dalla sensazione di alleviare stati emotivi negativi o di tensione;
2) aumentano le perdite e di conseguenza il denaro investito, nascono debiti e il gioco occupa sempre di più l’attività mentale dell’individuo che sempre più spesso vi si dedica in modo solitario;
3) aumenta l’isolamento sociale ed emergono problemi lavorativi, scolastici e familiari che precipitano l’individuo in uno stato di profonda disperazione che può condurre anche a gesti disperati. È proprio in questa fase, però, che il giocatore patologico spesso inizia a rendersi conto del suo problema e a chiedere un aiuto concreto.
Adrenalina pura. L’emozione del gioco vista da un giocatore.
“Meglio del cinema. Meglio che uscire con la ragazza. Meglio di una cena con gli amici. Meglio di una sbronza.
È come fare tutte queste cose insieme.
Il cinema sono i tuoi avversari, gli amici sono seduti al tavolo con te, la ragazza sono le quattro donne del mazzo... e la sbronza è di adrenalina. Perché nel Poker se non sei concentrato, se non ci credi, se non ti butti non vinci. E se non vinci non ha senso giocare. Non è Visual Game, non è Trivial, non è nemmeno scopone scientifico.
Non è un gioco.
È IL gioco.
Bevi una cosa, saluti un po’ di gente, cambi i soldi. Poi ti siedi al tavolo e cominci a mostrare un’immagine agli avversari. Puoi mostrarti calmo, indifferente, agitato, impaziente, arrabbiato... puoi fare ciò che vuoi. L’importante è non mostrare mai esattamente lo stato in cui sei o il modo in cui giochi. Pena l’essere leggibile. Pena far capire agli altri cos’hai in mano.
Poi via. Ecco le carte.
Call... raise.. fold... reraise... all in!
Le fiches scendono... salgono... riscendono... finiscono... player out... 1... 2... 3...
Poi, prima o poi, arriva la mano decisiva, quella in cui ti giochi tutto. E lì devi dare il massimo, devi fintare di avere il punto, devi fintare che tu voglia che lui chiami la tua puntata quando in realtà vorresti vincere il piatto lì... col tuo bluff.
E tutto attorno ruota: le facce... le esclamazioni... le frasi... l’alcool... le sigarette... il rumore delle fiches... le urla dei dealer...
E non vorresti che finisse. Vorresti che la partita non finisse, che la tua vita fosse spillare le carte, muovere le chips, rastrellarle e impilarle quando vinci un piatto grosso, sentire il cuore in gola quando ti giochi una mano importante...
Sentire che tutto dipende solo da te, dalla tua lettura, dalla tua capacità di analisi e dalle carte. Tu e il diavolo, tu e il destino. Niente discorsi, niente paranoie, niente scuse, niente rinvii, niente pareggi.
Tu, l’avversario, le carte. Nient’altro.
Poi ti alzi, bevi un cuba, scherzi con gli amici, tutto torna normale... esci dallo stato di trance adrenalinico.
Però vorresti ricaderci.
Subito”.











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