Donne migranti e tutela della salute
Modelli culturali, condizioni sociali, processi di adattamento: il ruolo del medico di base e i servizi del sistema sanitario come prima “opportunità” nel difficile iter dell’integrazione.
Se il fenomeno migratorio in Italia in una fase iniziale era prevalentemente caratterizzato dalla presenza maschile, negli ultimi anni abbiamo assistito ad un costante aumento dell’immigrazione femminile. Ciò è legato anche alla necessità di sopperire al vuoto creatosi in alcune attività tradizionalmente delegate alle donne, come la cura e l’assistenza domiciliare.
Secondo stime riportate all’interno del Dossier statistico sull’immigrazione di Caritas/Migrantes 2009, le donne rappresentano il 50,8% del totale di immigrati presenti in Italia, mentre è circa un milione il numero delle straniere che si prendono cura delle nostre famiglie.
Abbiamo chiesto alla Dottoressa Mietta Venzi di parlarci della sua esperienza di medico di base in un contesto come Milano, la città italiana con la più alta densità di immigrati.
“Il medico di famiglia è assegnato al cittadino straniero nel momento in cui gli viene rilasciato il permesso di soggiorno”, ci spiega la Dottoressa; “ il suo ruolo è legato prevalentemente alla prevenzione e alla valutazione dello stato di salute. Tra le mie pazienti ci sono diverse donne sudamericane, africane, cinesi, provenienti dai paesi dell’est Europa; le diversità tra queste donne non dipendono solo dall’appartenenza culturale, ma anche dai diversi livelli di istruzione. Ad esempio, le donne provenienti dall’Europa dell’est spesso hanno una formazione di tipo universitario, quindi hanno anche una maggiore consapevolezza di tutto ciò che è relativo alle problematiche legate alla salute rispetto ad altre donne che hanno livelli di istruzione più elementari, o talvolta addirittura non sono alfabetizzate”.
Le difficoltà della comunicazione
“Le difficoltà nella comunicazione sono uno dei principali ostacoli che il medico di base si trova ad affrontare quando deve interagire con le pazienti immigrate”, dice Mietta Venzi. “Molte di loro, soprattutto tra le cittadine cinesi e nordafricane, non conoscono la lingua italiana e l’intercomprensione risulta difficile. Le indicazioni che mi trovo a dare sono spesso legate soprattutto ad igiene e prevenzione”.
Le donne straniere, e in particolare quelle di più basso status sociale, sono penalizzate nell’accesso ai servizi sanitari proprio a causa della inefficace comunicazione, che difficilmente tiene conto delle specificità culturali e sociali della popolazione straniera residente. I dati evidenziano, ad esempio, che agli screening per la prevenzione dei tumori femminili ricorre al massimo la metà delle donne straniere nelle fasce d’età raccomandate (51,6% il pap test e 42,9% la mammografia), ancora più contenuto tra le donne di origine marocchina e albanese il ricorso al pap test (una donna su tre), mentre per le italiane i tassi superano il 70% (rispettivamente 71,8% e 73,1%).
“Nonostante le oggettive difficoltà, per quanto riguarda la mia esperienza personale, la fiducia nei confronti del medico è massima”, afferma la Dottoressa Venzi. Anche i recenti dati ISTAT confermano quest’opinione: per la popolazione straniera la figura professionale che gode di maggior fiducia è proprio quella del medico di famiglia (68,6%) perché proprio a lui ci si rivolge quando è necessario prendere una decisione importante per la propria salute (60,6%).
La salute nel contesto della migrazione
“Quando si parla della salute degli immigrati è necessario sottolineare che si tratta di persone prevalentemente giovani e sane”, spiega la Dottoressa. Lo confermano i dati diffusi dal Ministero della Salute: la popolazione straniera si caratterizza complessivamente per un minor ricorso, rispetto ai cittadini italiani, a prestazioni sanitarie. “Spesso le malattie di cui soffrono sono legate alle condizioni di vita precarie, conseguenza dell’emigrazione. Se questo è vero, lo è altrettanto che, paradossalmente, gli immigrati utilizzano maggiormente le strutture di “pronto soccorso”, ma ciò è dovuto a problematiche traumatologiche che sopraggiungono in seguito all’esposizione a maggiori condizioni di rischio sul lavoro. Nel complesso le donne immigrate accedono molto di più ai servizi di quanto facciano gli uomini. Le cause maggiori di ricovero sono da attribuire a ragioni prettamente fisiologiche, come la gravidanza e il parto”.
Maternità e progetto migratorio
“L’esperienza della maternità è sicuramente legata al progetto migratorio e alle condizioni sociali specifiche vissute dalle donne migranti nel nostro Paese. Le difficoltà date dalla condizione di ‘migrante’ contribuiscono a sviluppare spesso un rapporto problematico e conflittuale con la gravidanza. Ne consegue il frequente ricorso all’aborto. Infatti mentre è nettamente in calo il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza da parte delle italiane, la tendenza è contraria tra le immigrate”, afferma la Dottoressa Venzi. Dati ISTAT evidenziano che le cittadine straniere hanno in media un tasso di abortività 3-4 volte superiore rispetto alle italiane e la differenza si accentua per le classi di età più giovani. “Se la maternità è vissuta con grande serenità quando c’è una situazione di maggiore stabilità, è il caso ad esempio di molte donne nordafricane che si trovano in Italia per ricongiungimento familiare; diversa è la situazione di donne sole, che spesso hanno lasciato le loro famiglie nel paese d’origine e considerano il loro stato di migranti come una fase temporanea”. Secondo le informazioni diffuse dal Ministero della Salute sull’attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (legge 194/78), la conoscenza della fisiologia della riproduzione e dei metodi per la procreazione responsabile tra le donne immigrate è scarsa: pochissime sono in grado di identificare il periodo fertile, in generale i metodi per la procreazione responsabile sono conosciuti in modo superficiale e utilizzati in modo improprio. Il coito interrotto risulta essere il metodo maggiormente utilizzato tra le donne dell’est Europa, mentre tra le donne del sud America la pillola e il preservativo risultano spesso non efficaci a causa di un uso non corretto. “Emerge la necessità di puntare sulla consapevolezza delle donne.” sostiene Mietta Venzi. “Come medico di base mi occupo spesso di diffondere l’informazione sui metodi della procreazione responsabile, ma ciò non è sufficiente: bisognerebbe che all’interno delle ASL ci fosse una specifica formazione degli operatori sulle diversità culturali e che si valorizzasse la presenza di una figura chiave che è quella del mediatore culturale”.
Irregolari e diritto alla salute
“Bisogna considerare che in qualità di medico di base entro in contatto con stranieri che sono in possesso di un regolare permesso di soggiorno, quindi hanno un lavoro, una casa, complessivamente un discreto livello di integrazione”, ricorda la Dottoressa Venzi. “Dal campione statistico di mio riferimento, è escluso tutto l’universo dell’immigrazione irregolare, che probabilmente ha diverse esigenze e caratteristiche e si rivolge ad altri centri e servizi”.
In Italia, infatti, è garantito anche ai cittadini privi di permesso di soggiorno l’accesso alle cure (art. 35 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286); nel caso di questi soggetti, le prestazioni sanitarie sono assicurate previo pagamento alla ASL delle tariffe previste per legge, che variano a seconda della regione. Nella quotidianità, anche in conseguenza della recente introduzione del reato di clandestinità, gli stranieri irregolari riscontrano grandi difficoltà ad avere accesso alle cure mediche. In questo senso è di vitale importanza il lavoro svolto da associazioni di volontariato come il NAGA, costituito a Milano nel 1987 allo scopo di promuovere e di tutelare i diritti dei cittadini stranieri. Quest’ente si avvale della collaborazione di oltre 300 volontari per garantire assistenza sanitaria gratuita, con più di 15.000 visite ambulatoriali svolte in un anno, ma anche assistenza legale e sociale a cittadini stranieri irregolari e non, a nomadi, richiedenti asilo, rifugiati e vittime di tortura.
Assistenza sanitaria a termine
Il Codice deontologico impone ai medici di curare ogni individuo senza discriminazioni legate a etnia, religione, genere, ideologia, ma il sistema sanitario qualche distinzione la fa. “L’assistenza sanitaria per un cittadino immigrato ha la stessa durata del permesso di soggiorno. Quando il permesso di soggiorno scade, e sappiamo tutti che ci può volere anche più di un anno per avere il nuovo permesso, questi soggetti, dopo un periodo ‘di tolleranza’ della durata di 60 giorni, è come se fossero a tutti gli effetti degli ‘irregolari’: è revocata l’assegnazione al medico di base e ogni prestazione deve essere pagata”, ci spiega la Dottoressa Venzi. “Si tratta di persone che nel frattempo lavorano e pagano i contributi, quindi è una violazione di fatto di un loro diritto. Senza considerare che ciò comporta una disincentivazione per i medici di base ad avere pazienti con iscrizione a termine, il che potrebbe indurre a pensare ad una discriminazione tra pazienti di serie A e di serie B”. (di Margherita Di Vilio)
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Secondo stime riportate all’interno del Dossier statistico sull’immigrazione di Caritas/Migrantes 2009, le donne rappresentano il 50,8% del totale di immigrati presenti in Italia, mentre è circa un milione il numero delle straniere che si prendono cura delle nostre famiglie.
Abbiamo chiesto alla Dottoressa Mietta Venzi di parlarci della sua esperienza di medico di base in un contesto come Milano, la città italiana con la più alta densità di immigrati.
“Il medico di famiglia è assegnato al cittadino straniero nel momento in cui gli viene rilasciato il permesso di soggiorno”, ci spiega la Dottoressa; “ il suo ruolo è legato prevalentemente alla prevenzione e alla valutazione dello stato di salute. Tra le mie pazienti ci sono diverse donne sudamericane, africane, cinesi, provenienti dai paesi dell’est Europa; le diversità tra queste donne non dipendono solo dall’appartenenza culturale, ma anche dai diversi livelli di istruzione. Ad esempio, le donne provenienti dall’Europa dell’est spesso hanno una formazione di tipo universitario, quindi hanno anche una maggiore consapevolezza di tutto ciò che è relativo alle problematiche legate alla salute rispetto ad altre donne che hanno livelli di istruzione più elementari, o talvolta addirittura non sono alfabetizzate”.
Le difficoltà della comunicazione
“Le difficoltà nella comunicazione sono uno dei principali ostacoli che il medico di base si trova ad affrontare quando deve interagire con le pazienti immigrate”, dice Mietta Venzi. “Molte di loro, soprattutto tra le cittadine cinesi e nordafricane, non conoscono la lingua italiana e l’intercomprensione risulta difficile. Le indicazioni che mi trovo a dare sono spesso legate soprattutto ad igiene e prevenzione”.
Le donne straniere, e in particolare quelle di più basso status sociale, sono penalizzate nell’accesso ai servizi sanitari proprio a causa della inefficace comunicazione, che difficilmente tiene conto delle specificità culturali e sociali della popolazione straniera residente. I dati evidenziano, ad esempio, che agli screening per la prevenzione dei tumori femminili ricorre al massimo la metà delle donne straniere nelle fasce d’età raccomandate (51,6% il pap test e 42,9% la mammografia), ancora più contenuto tra le donne di origine marocchina e albanese il ricorso al pap test (una donna su tre), mentre per le italiane i tassi superano il 70% (rispettivamente 71,8% e 73,1%).
“Nonostante le oggettive difficoltà, per quanto riguarda la mia esperienza personale, la fiducia nei confronti del medico è massima”, afferma la Dottoressa Venzi. Anche i recenti dati ISTAT confermano quest’opinione: per la popolazione straniera la figura professionale che gode di maggior fiducia è proprio quella del medico di famiglia (68,6%) perché proprio a lui ci si rivolge quando è necessario prendere una decisione importante per la propria salute (60,6%).
La salute nel contesto della migrazione
“Quando si parla della salute degli immigrati è necessario sottolineare che si tratta di persone prevalentemente giovani e sane”, spiega la Dottoressa. Lo confermano i dati diffusi dal Ministero della Salute: la popolazione straniera si caratterizza complessivamente per un minor ricorso, rispetto ai cittadini italiani, a prestazioni sanitarie. “Spesso le malattie di cui soffrono sono legate alle condizioni di vita precarie, conseguenza dell’emigrazione. Se questo è vero, lo è altrettanto che, paradossalmente, gli immigrati utilizzano maggiormente le strutture di “pronto soccorso”, ma ciò è dovuto a problematiche traumatologiche che sopraggiungono in seguito all’esposizione a maggiori condizioni di rischio sul lavoro. Nel complesso le donne immigrate accedono molto di più ai servizi di quanto facciano gli uomini. Le cause maggiori di ricovero sono da attribuire a ragioni prettamente fisiologiche, come la gravidanza e il parto”.
Maternità e progetto migratorio
“L’esperienza della maternità è sicuramente legata al progetto migratorio e alle condizioni sociali specifiche vissute dalle donne migranti nel nostro Paese. Le difficoltà date dalla condizione di ‘migrante’ contribuiscono a sviluppare spesso un rapporto problematico e conflittuale con la gravidanza. Ne consegue il frequente ricorso all’aborto. Infatti mentre è nettamente in calo il ricorso all’interruzione volontaria della gravidanza da parte delle italiane, la tendenza è contraria tra le immigrate”, afferma la Dottoressa Venzi. Dati ISTAT evidenziano che le cittadine straniere hanno in media un tasso di abortività 3-4 volte superiore rispetto alle italiane e la differenza si accentua per le classi di età più giovani. “Se la maternità è vissuta con grande serenità quando c’è una situazione di maggiore stabilità, è il caso ad esempio di molte donne nordafricane che si trovano in Italia per ricongiungimento familiare; diversa è la situazione di donne sole, che spesso hanno lasciato le loro famiglie nel paese d’origine e considerano il loro stato di migranti come una fase temporanea”. Secondo le informazioni diffuse dal Ministero della Salute sull’attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza (legge 194/78), la conoscenza della fisiologia della riproduzione e dei metodi per la procreazione responsabile tra le donne immigrate è scarsa: pochissime sono in grado di identificare il periodo fertile, in generale i metodi per la procreazione responsabile sono conosciuti in modo superficiale e utilizzati in modo improprio. Il coito interrotto risulta essere il metodo maggiormente utilizzato tra le donne dell’est Europa, mentre tra le donne del sud America la pillola e il preservativo risultano spesso non efficaci a causa di un uso non corretto. “Emerge la necessità di puntare sulla consapevolezza delle donne.” sostiene Mietta Venzi. “Come medico di base mi occupo spesso di diffondere l’informazione sui metodi della procreazione responsabile, ma ciò non è sufficiente: bisognerebbe che all’interno delle ASL ci fosse una specifica formazione degli operatori sulle diversità culturali e che si valorizzasse la presenza di una figura chiave che è quella del mediatore culturale”.
Irregolari e diritto alla salute
“Bisogna considerare che in qualità di medico di base entro in contatto con stranieri che sono in possesso di un regolare permesso di soggiorno, quindi hanno un lavoro, una casa, complessivamente un discreto livello di integrazione”, ricorda la Dottoressa Venzi. “Dal campione statistico di mio riferimento, è escluso tutto l’universo dell’immigrazione irregolare, che probabilmente ha diverse esigenze e caratteristiche e si rivolge ad altri centri e servizi”.
In Italia, infatti, è garantito anche ai cittadini privi di permesso di soggiorno l’accesso alle cure (art. 35 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286); nel caso di questi soggetti, le prestazioni sanitarie sono assicurate previo pagamento alla ASL delle tariffe previste per legge, che variano a seconda della regione. Nella quotidianità, anche in conseguenza della recente introduzione del reato di clandestinità, gli stranieri irregolari riscontrano grandi difficoltà ad avere accesso alle cure mediche. In questo senso è di vitale importanza il lavoro svolto da associazioni di volontariato come il NAGA, costituito a Milano nel 1987 allo scopo di promuovere e di tutelare i diritti dei cittadini stranieri. Quest’ente si avvale della collaborazione di oltre 300 volontari per garantire assistenza sanitaria gratuita, con più di 15.000 visite ambulatoriali svolte in un anno, ma anche assistenza legale e sociale a cittadini stranieri irregolari e non, a nomadi, richiedenti asilo, rifugiati e vittime di tortura.
Assistenza sanitaria a termine
Il Codice deontologico impone ai medici di curare ogni individuo senza discriminazioni legate a etnia, religione, genere, ideologia, ma il sistema sanitario qualche distinzione la fa. “L’assistenza sanitaria per un cittadino immigrato ha la stessa durata del permesso di soggiorno. Quando il permesso di soggiorno scade, e sappiamo tutti che ci può volere anche più di un anno per avere il nuovo permesso, questi soggetti, dopo un periodo ‘di tolleranza’ della durata di 60 giorni, è come se fossero a tutti gli effetti degli ‘irregolari’: è revocata l’assegnazione al medico di base e ogni prestazione deve essere pagata”, ci spiega la Dottoressa Venzi. “Si tratta di persone che nel frattempo lavorano e pagano i contributi, quindi è una violazione di fatto di un loro diritto. Senza considerare che ciò comporta una disincentivazione per i medici di base ad avere pazienti con iscrizione a termine, il che potrebbe indurre a pensare ad una discriminazione tra pazienti di serie A e di serie B”. (di Margherita Di Vilio)










